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La Naqshibandiyya Huseyni di Bosnia

La Naqshibandiyya Huseyni di Bosnia 

I 12 Imam dell’Ahl ul Bayt 

La Naqshibandiya Huseyni è il più autentico ramo attuale della tariqa Naqshibandiya. Esso fu introdotto da Husejn Baba Zukic, più noto come “Sheikh Husejn” il ‘Bosnevi’, nel 1195/1781, ed è ancora l’unico ramo autoctono in Bosnia ed Erzegovina. La prima silsila riconosciuta dal ramo Huseyni è la catena d’oro dei 12 Imam dell’Ahl ul Bayt a cui si si riferiscono, mentre la catena che riporta ad Abu Bakr è definita secondaria. Quest’asserzione è sostenuta da tutti i manoscritti più antichi della Naqshibandiyyah.  La Bektashiya e la Naqshibandiya sono in realtà confraternite (turuq) “cugine” afferma Luan Strinic, attuale Sheikh della tariqa Naqshiqandi Huseyni; “da Yusuf Hamadani in su hanno la stessa origine. Yusuf Hamadani ebbe due principali Califfi: Ahmed Yesevi, da cui sorsero la Yasaviah e la Bektashiah, e Abdul Khaliq Ghijduvani (morto nel 1179), da cui sorse la Naqshibandiyah. La Naqshibandiya Huseyni segue il fiqh Hanafita, in quanto Abu Hanifah era uno studente dell’Imam Giafar as-Sadiq. Abu Hanifah finì la vita in prigione perché non accettava né la tirannia Omayyade, né quella Abbaside”, prosegue lo Sheikh Luan Strinic.

Oggi, i Naqshibandi, in generale, fanno risalire la loro silsila, o geneaologia spirituale, ad Abu Bakr, piuttosto che ad ‘Ali, contrariamente alla maggior parte degli altri ordini Sufi, anche se la silsila Naqshibandi converge con la linea degli imam Sciiti includendo Gia’far al-Sadiq, il sesto imam. Tuttavia, molti studiosi, orientali e occidentali, antichi e moderni, dimostrano che, nonostante i conflitti settari del XVI secolo, i Naqshibandi non avevano immediatamente adottato la silsila Bakri, ma seguivano la catena di trasmissione Alide.

Breve introduzione alle origini Alidi della Naqshibandiyya 

Gli storici Ottomani come Ahmedi (1334-1412), Enveri (morto il 1460), e Şükrullah (1388-1461) e altri famosi intellettuali come Mustafa ‘Ali (1541-1600) e Katip Çelebi (1609-57), Mustafa Cenabi (morto il 1590), Muslihuddin Lari (morto il 1572), Hamid Algar e l’orientalista Dina Le Gall per citarne alcuni, testimoniano e documentano l’originale linea Alide della tariqa Naqshibandiyya. Altri studiosi credono che l’invenzione della silsila Bakri sia stata una deliberata deviazione dalla comune pratica Sufi ispirata dall’inimicizia verso la Sciismo e dal desiderio di rimuovere ogni traccia di una possibile influenza Sciita dall’ascendenza dell’ordine.1

In epoca Ottomana, fu composta un genere di letteratura turca che si occupa del martirio di Husayn b. ‘Ali b. Abi Talib e della famiglia del Profeta Muhammad detta “Hüseyn”.2 A volte è chiamata Kerbela Mersiyesi. L’esempio più famoso di questo genere è stato composto nel XIV secolo dal poeta anatolico Kastamonulu Şazi (763/1362). Il suo diwan si compone di 3313 distici per essere recitato nei primi 10 giorni del mese di Muharram.

In realtà, il Sufismo in generale, e la Naqshibandiyya in particolare, si fusero con lo Sciismo nell’Iran pre-Safavide, favorendo un ibrido che facilitò l’avvento della dinastia Safavide.

L’Iran pre-Safavide era dominato da due principali correnti religiose: il sufismo tradizionale e il ghuluww, il Sufismo estremista pro-Alide. In questo periodo, per gli ordini Sufi Sunniti, i Safavidi furono, nella loro fase iniziale, un ottimo esempio. In Anatolia, in Iran e nella Transoxania, le confraternite Sufi erano tutte devote alla famiglia di ‘Ali, e non si trattava affatto di uno Sciismo moderato (tashayyu’-i hasan).

Molte informazioni attribuite ai Naqshibandi, come il loro ruolo nell’addomesticamento dei movimenti “eretici”, erano in realtà delle immaginazioni anacronistiche. Uno di questi anacronismi era il ruolo del mistico rituale silenzioso, o zikr, dei Naqshibandi, anch’esso emerso successivamente. Si ritiene che il Profeta abbia trasmesso il metodo dello zikr vocale ad ‘Ali, pertanto, questa modalità di cantillazione è stata ereditata dai Naqshibandi. Sebbene lo zikr silente sia la parte centrale e più distintiva della pratica Naqshibandi oggi, la coltivazione dello zikr vocale ne fu parte integrante. Insomma, questi cambiamenti sono da inquadrarsi in un crescente clima di tatticismo e di ostilità politica verso il clero Sciita e la dinastia Safavide.

Ad esempio, Ruzbihan Kunji (1455-1521) era un teologo Sunnita Naqshibandi uzbeko che venerava i membri della famiglia del Profeta (Ahl ul Bayt). Compose dei poemi elegiaci in onore dei 12 Imam seppur sviluppò successivamente un attivismo anti-Safavide in Transoxiana di natura politica che mal di conciliava con il suo amore per gli Ahl ul Bayt.

Dall’ascesa al potere dei Safavidi, l’antagonismo settario insolitamente intenso che fu introdotto riformulò il significato politico dello Sciismo influenzando degli atteggiamenti fanatici ovunque, compresi quelli di alcuni Naqshibandi. L’elogio per l’Imam Husayn durante una recita pubblica del sopracitato “Maktel-i imam Hüseyn” eseguita dallo Sheikh Naqshibandi Lami’i Celebi (morto il 1532), e altre lodi più riservate di parecchi Naqshibandi per la loro “discendenza Alide” avevano assunto un significato politico, ma affrettarono, di conseguenza, la riformulazione della silsila Naqshibandi Bakri in funzione anti-Sciita.

A tal proposito, si narra che lo Shaykh Naqshibandi, Hassan Efendi, si era estremizzato lodando non soltanto ed esclusivamente la silsila Bakri, ma respingendo fortemente l’idea che la silsila Alide favorisse la vera conoscenza di Dio. Per tutta risposta, venne ucciso dai Celali nella sua tekké di Bursa nel 1016. Quando Hasan aveva cercato di impressionare il predicatore della Moschea Sultan Murad di Bursa, ‘Abdullah Efendi, che soltanto la silsila Naqshibandi Bakri conducesse alla “vera conoscenza di Dio” (marifat al-haqiqa), ‘Abdullah ribatté che mentre i primi quattro Califfi erano tutti perfetti, la maggior parte delle silsila Sufi erano Alidi, ed era attraverso queste silsila Alidi che bisognava raggiungere la vera conoscenza di Dio. A questo punto, Hasan rispose dichiarando che sia ‘Abdullah che il suo maestro spirituale, Esrefzade ‘Abdullah ar-Rumi, erano infedeli:

“Ahimè, hai elevato l’esaltato ‘Ali al di sopra del Siddiq (Abu Bakr), quindi non sei altro che un infedele, come lo sono tutti gli Esrefi. È lecito ucciderli e prendere la loro corona e schiacciarla sotto i piedi. Chi li saluta è lui stesso un infedele.”

Lo Shaykh Sunnita Naqshibandi, Shah Wall Allah di Dehli (1703-1762) scrisse:

“Sono giunto a riconoscere che i dodici Imam sono gli Aqtab (i “poli”, plurale di Qutb) di uno stesso albero genealogico e che, a seguito della loro estinzione, il tasawwuf si è diffuso.”

L’amore per l’Ahl ul Bayt in Bosnia 

Hamid Algar dichiara che la pratica dello zikr vocale in Bosnia sia da ascriverai all’influenza Qadiri, ma Osman Sükrü Dzaferagic, uno dei principali discepoli dello Sheikh ‘Abdullatif Efendi sostiene che si sia solamente ripristinato il lignaggio Alide degli antenati dell’ordine. In un trattato intitolato “Risalat at-Tariqat an-Naqshabandiyya”, Dzaferagic sottolinea che la catena iniziatica dell’ordine include il sesto Imam degli sciiti, Giafar as-Sadiq, mentre si collega attraverso Qasim b. Muhammad b. Abi Bakr e Salman al-Farisi ad Abu Bakr as-Siddiq, un’altra linea di lignaggio spirituale e fisico che conduce attraverso gli Imam Muhammad Baqir, Zayn al-Abidin e Husayn ad Ali b. Abi Talib, alla fonte della tradizione esoterica.

In Giafar as-Sadiq, perciò, si uniscono due lignaggi spirituali, nel secondo del quale è stato trasmesso lo zikr vocale. Prendendo atto della discendenza Imamita di Giafar as Sadiq, i Naqshibandi possono integrare la pratica dello zikr vocale nella loro tradizione.

Salman al-Farisi, il primo anello della catena di trasmissione Bakri, era, inoltre, secondo un celebre hadith, uno degli Ahl al-Bayt, e come tale doveva fedeltà e sottomissione ad ‘Ali. La sua subordinazione ad ‘Ali implica la supremazia dello zikr vocale sul silenzioso.

Non sappiamo se sia stato cantillato per la prima volta in Bosnia lo zikr vocale o il silenzioso; sappiamo, di certo, che lo Sheikh Huseyn apprese entrambe le tecniche in Istanbul, nella confraternita in cui fu iniziato.

Dzaferagic considera la genealogia spirituale o la “catena d’oro” (“silsilat adh-dhahab”) dell’ordine Naqshibandi essenzialmente Imamita, un rivolo che si unisce e si confonde con la corrente Bakri. Lo zikr silenzioso è quindi da considerarsi come caratteristica della catena iniziatica Naqshibandi. Dzaferagic, però, fa notare che uno dei precettori di Baha ad-Din Naqshiband, Amir Kulal (che è sepolto vicino al suo celebre discepolo a Qasr-i Arifan) si impegnò nello zikr vocale. Baha ad-Din, però, abbandonò questa cantillazione per dedicarsi al suo zikr preferito, il silenzioso, che divenne usuale per l’ordine. Si può dire che Baha ad-Din abbia cristallizzato solo alcuni anelli della catena di trasmissione a lui antecedenti.

Dzaferagic, perciò, ha voluto solamente convogliare quel flusso di luce Divina disperso della catena iniziatica collegando la Naqshbandiyya alla sua sorgente originale, ai 12 Imam degli Ahl ul Bayt. Nel suo trattato, Dzaferagic registra alcune preghiere in cui si invoca il patrocinio e le benedizioni dei dodici Imam. Un gülbang (in Persiano “ad alta voce”) da recitare prima dell’esecuzione dello zikr proclama:

“Allah, Allah, possano le nostre serate essere buone; possa il bene esserci svelato; che il male sia allontanato da noi; possano i nostri nemici ed avversari essere soggiogati; che l’aiuto benevolo dei dodici Imam sia sempre con noi; possano coloro che tra noi raggiungono la meta non separarsi dal corteo dei dodici Imam; che siano protetti dalla calunnia; possano i nostri desideri essere esauditi e le nostre suppliche accettate. Questo è il gülbang di Muhammad: è la luce del Profeta, è la nobiltà di ‘Ali; il nostro pir Muhammad Baha ad-Din Uvaysi, è presente e vigile, esteriormente e interiormente; HU, HU!”

Il khirqa, il mantello indossato dallo Shaykh, celebra simbolicamente gli Ahl al Kisa (o popolo del Mantello). Questo gruppo detto anche Aal al Aba o in persiano Panj-Tan sono il Profeta, Ali, Fatima, Hasan e Husayn. Di conseguenza, quando viene indossato il khirqa, si dovrebbe recitare la seguente formula:

Hïrka-i haqiqat, hulasa-ï tariqat, Al-i Aba’dan oldu bize emanet; destur-u padisah-i vilayet, pirimiz Muhammed Bahaeddin Naqshibend Uveysi el-Bukhari.…

“Il mantello della verità, l’essenza del cammino, ci è giunto per raffigurare la fiducia della Famiglia del Mantello col permesso del re della santità, il nostro pir Muhammad Baha ad-Din Naqshiband Uvaysi al-Bukhari…”

Sebbene queste formule sembrino cadute in disuso, alcune pratiche di origine Sciita sono ancora osservabili nella vita devozionale dei Naqshibandi Bosniaci oltre allo zikr vocale. La chiamata alla preghiera nella tekké di Visoko include la formula aggiuntiva della shahada che si trova solo nell’adhan Sciita:

Ashadu anna ‘Aliyyan wali-yullah (“Sono testimone che ‘Ali è il santo di Dio”). Tra gli ilahi cantati nella “meydan odasi” (in turco la “stanza quadrata”) di Visoko c’erano parecchi elogi ai dodici Imam e alla “Famiglia del Mantello”.

La chiamata alla preghiera non contiene, tuttavia, l’altra frase distintiva dell’adhan Sciita: “Hayy ‘ala khayri ‘l-‘amal” (“Affrettatevi ad agire al meglio”).

Sarebbe sbagliato ritenere che tra i Naqshibandi di Bosnia esistano profonde influenze Sciite, passate o presenti. Piuttosto, indicano l’esistenza di un certo fervore per il lignaggio Alide nel Sufismo, derivante dallo status universalmente riconosciuto di ‘Ali come la fonte della tradizione esoterica Islamica.

Questa presenza spirituale di ‘Ali in tutti i rami del Sufismo è a volte disposta a manifestarsi in forme di espressioni Sciite, anche in un contesto Sunnita come quello dei Naqshibandi, senza però abbandonare la fedeltà alle regole delle scuole Sunnite. Il fenomeno può essere osservato anche in altri ordini Sunniti, in particolare i Mevlevi.

Infatti, sul piano polemico, non è la prima volta che le espressioni di devozione ai 12 Imam si combinano con una certa ostilità verso le dinastie e le autorità ecclesiastiche Sciite.

Maulana Khalid (1778-1826) era un Sufi Naqshibandi originario del Kurdistan Iracheno. Si diresse verso l’India per studiare con lo Sheikh Abdullah Dihlawi, e passando per Mashhhad compose una poesia in lode all’Imam Rida e un’altra di condanna per gli ulama Sciiti della città. In relazione al santuario dell’Imam Rida, si può notare che una parte del vecchio cortile (sahn-i qadim) è abitualmente riservata agli Hanafi del Khorasan, tra cui alcuni Naqshibandi.

Questo atteggiamento di devozione verso l’Ahl ul Bayt è coniugabile con un’ostilità verso gli Sciiti solo considerando i 12 Imam come i guardiani della tradizione esoterica, ma ritenendoli estranei alle forme essoteriche distintive sviluppate dagli Sciiti. La linea degli Imam è priva di tutte le implicazioni dinastiche e politiche, ed è vista invece come un tipo unico di catena iniziatica che è completamente differente dalle confraternite Sufi tradizionali. Gli Imam possono quindi essere considerati come una tradizione autonoma e ciclicamente compiuta, situata più vicino alla fonte dell’esoterismo di quanto non lo siano gli ordini Sufi.

Questa visione degli Imam, che si incontra spesso nell’esoterismo Sunnita, è rappresentata graficamente da un’immagine che si trova comunemente appesa nelle tekké e nelle famiglie tradizionali sia in Bosnia che in Turchia. Al centro della carta è disegnata una tipica fontana Ottomana (cesme), sul cui lato è inscritto il celebre hadith: “Io sono la città della conoscenza e ‘Ali ne è la porta.” Intorno al cesme sono scritti nella forma di un cerchio i nomi dei Quattordici Immacolati (in persiano Chahardah Ma’sum): il Profeta, Fatima e i dodici Imam. Il resto della carta è occupato da una rappresentazione dei caratteristici turbanti di quattordici ordini Sufi: sei a destra del cesme, sei a sinistra e due sotto di esso. La corrispondenza numerica tra il Chahardah Ma’sum e gli ordini raffigurati non è, naturalmente, casuale. Mentre gli ordini Sufi esistenti superano i quattordici, secondo una nozione attuale solo quattordici di essi sono da accettare come legittimi e autentici.

Questa limitazione alle quattordici tariqat “autentiche” suggerisce il desiderio di conformarsi in modo almeno simbolico alla tradizione Imamita. Implica, inoltre, l’esistenza di un’identità essenziale tra le due tradizioni: l’Imamita, compatta e disegnata in un cerchio ravvicinato intorno alla fonte, e gli ordini Sufi, costituiti da canali che si irradiano lontano dalla testa della fontana.

Note

  1. Kamilash-Shibi, al-fikr ash-shi’i wa’n-naza’at as-sufiya (Baghdad, 1386/1966), pag. 329. Con eccezione dell’ordine Naqshibandi, tutti i Sufi tracciano la catena dei loro maestri spirituali agli Imam dell’Ahl ul Bayt, terminando con l’Imam ‘Ali bin Abi Talib come autorità spirituale per eccellenza dopo il Profeta. Gli ordini Naqshibandi tracciano la loro guida spirituale fino all’Imam Giafar as-Sadiq e poi seguono la linea attraverso sua madre fino a Muhammad bin Abu Bakr, e da qui fino ad Abu Bakr. Questa deviazione dall’Imam Sadiq fino ad Abu Bakr è comunque invalida, perché Muhammad bin Abi Bakr fu cresciuto sin dalla tenera età dall’Imam ´Ali bin Abi Talib, il quale si sposò con la madre di Muhammad, Asma’ bint Umays, dopo la morte di Abu Bakr. L’unico maestro spirituale che Muhammad bin Abi Bakr conobbe fu l’Imam ‘Ali bin Abi Talib.
  2. In Turchia è un onore discendere dalla “Casa del Profeta” (Ehli Beyt in Turco). Nel tardo periodo dell’Impero Ottomano gli Husayni (i discendenti dell’Imam Huseyn) e gli Hasani (i discendenti dell’Imam Hasan) erano registrati ufficialmente nelle annotazioni governative per la loro speciale condizione di esenzione fiscale. Mustafa G. Sahin, Turkey and Neo-Ottomanism: Domestic Sources, Dynamics and Foreign Policy, pag. 120

Bibliografia

Hamid Algar, Some Notes on the Naqshbandi Tariqat in Bosnia,

Dina Le Gall, A Culture of Sufism: Naqshbandis in the Ottoman World, 1450-1700, 2005

Vefa Erginbaş, The appropriation of Islamic history and Ahl al-Baytism in Ottoman historical writing, 1300-1650, 2013

Kashifi, il Naqshibandi Sciita e il Rawdat al-Shuhada

Fonte: http://www.tradizionesacra.it/naqshibandiya_huseyni_bosnia.htm